Ex allievi

Home / Ex allievi

Le scuole Steiner-Waldorf in Italia sono ormai numerose e diffuse; alcune sono state fondate più di vent’anni fa. In Veneto, una delle scuole più note e longeve è la scuola di Oriago di Mira, che ha aperto per la prima volta nel 1983, con una prima classe elementare ed una materna. Molti sono oggi gli “ex-allievi” delle scuole Steiner-Waldorf di Treviso e Oriago che hanno frequentato tutto il ciclo (dall’infanzia alla scuola secondaria di primo grado).
In questa sezione, denominata – Ex-Allievi -, daremo voce proprio al tema: La mia scuola steineriana, proprio ex-allievi della nostra scuola di Treviso e della scuola di Oriago, che vorranno esprimere i loro pensieri su questa esperienza.

Il desiderio è quello di continuare a raccogliere testimonianze, provenienti non solo da queste scuole del Veneto, ma anche dal resto d’Italia, dall’Europa e da altri paesi del mondo, con l’obiettivo di creare una documentazione diretta, tangibile e veritiera dell’educazione Waldorf, in modo da aiutare le famiglie a conoscerci meglio e a capire un po’ di più i valori della pedagogia
steineriana.

 

La mia scuola steineriana


Luce, calore, amorevolezza… queste le sensazioni che ricordo del mio primo giorno alla scuola steineriana di Oriago. Devo ritenermi fortunata di avere avuto la possibilità di vivere quest’esperienza, scolastica e soprattutto umana, in cui ho avuto modo di giocare, sperimentare e conoscere, sviluppando sentimento, volontà e pensiero, le facoltà fondamentali dell’essere umano maturo. Ho potuto beneficiare della bellezza di tutte le variegate manifestazioni artistiche e sono stata sempre a contatto con la natura e con maestri che sono diventati per me solidi punti di riferimento. Questa scuola è stata come una famiglia, che mi ha educato mediante l’amore, la gioia per l’apprendimento e il senso di giustizia. Nel decennio trascorso in questa scuola, sento di aver ricevuto non solo un’istruzione, ma anche una vera educazione, orientata a valori spirituali che tuttora mi sostengono e mi guidano lungo il percorso di vita, nella realizzazione personale e comunitaria, all’insegna dell’amore e della libertà.

Camilla Muscari Tomaioli
 

La mia scuola


Magnifica. Un solo aggettivo esprime la meraviglia degli otto anni trascorsi in questa scuola, otto anni che costituiranno per sempre le fondamenta del nostro castello, la nostra vita. Grazie a tutti gli insegnanti che ci hanno sempre sopportato, e, soprattutto, grazie al nostro maestro Nicola, il nostro pastore, abbiamo compiuto l’inimmaginabile; siamo stati, siamo e saremo per sempre uno stormo di uccelli che sin dalla prima classe hanno creato il loro nido e rafforzato le loro ali. Ora siamo pronti per spiccare il volo. Ora è tempo che lo stormo si divida e ognuno migri in differenti parti del mondo, ma sarà sempre unito da un filo invisibile ed eterno che ci potrà ricongiungere ovunque ci troveremo.
Ai bambini che hanno ancora tanti anni prima di salire su questo palco e versare le lacrime che stiamo ora versando noi, voglio dare un piccolo consiglio: non lasciate mai il vostro stormo e godete di tutte le stupefacenti avventure che avrete la possibilità di vivere, grazie a questa scuola, a questa grande famiglia.

Carolina Agostini, dal Saluto all’Ottava 2016
 

Tornare a Oriago


Sono passati circa dieci anni dal mio ultimo giorno di scuola Steineriana. Da quella volta sono tornato ad Oriago una, o forse due volte. Nel frattempo ho viaggiato, studiato e lavorato tra il Regno Unito, l’Italia, il Belgio e gli Stati Uniti. Mi sono trovato in numerose occasioni a dover raccontare la mia esperienza nella scuola Waldorf ed ho sempre fatto fatica. Non so mai da dove partire. La figura di Rudolf Steiner? il maestro unico? la zappa? prima il canto e dopo la matematica? le epoche? gli esperimenti? le gite? il lavoro manuale? E poi che c’entrano le sigarette e gli hotel?
Chi conosce la scuola Steineriana di solito ha già un’opinione ben formata. Gli Italiani pensano sia una scuola per ricchi o privilegiati, quella dove Berlusconi i ha mandato i suoi figli. Gli inglesi hanno un’idea completamente diversa, molto romantica. Per loro è la scuola degli hippie. Con la pittura, l’arte, il gioco…tutte cose sofisticate, dell’Europa continentale, come quelle che si possono leggere nelle poesie di Coleridge, Keats o Byron scritte al ritorno dai loro Grand Tours. In Germania ed Austria la conoscono tutti e pensano che la Waldorf Schule sia solo per ‘ragazzi con problemi’. I Tedeschi in particolare chiedono sempre se è vero che sappiamo ‘danzare il nostro nome’. Il quesito preferito, poiché richiede una spiegazione dell’Euritmia. Sono passati dieci anni e non ci ho ancora capito niente.
Viaggiando quest’estate in Slovenia in compagnia di amici ho incontrato un ragazzo Svedese in un bar. Si chiamava Måns e mi ha detto che aveva appena finito le superiori in una scuola Steineriana. Era vestito con abiti di seconda mano, a piedi nudi, puzzava un po’ e diceva che stava girando l’Europa al seguito di un circo. Un’amica mi ha subito fatto notare che sono stato fortunato a non essere diventato matto dopo otto anni di Steiner-reclusione. Da quel giorno mi sono chiesto, con riflessioni più profonde, che significato avesse avuto per me la scuola Steineriana. E soprattutto fino a che punto fosse stata determinante per le mie scelte future.
Innanzitutto ho pensato che il circo fosse una cosa molto interessante, mentre la mia amica aveva già qualificato il mestiere come sciagurato. Poi mi sono chiesto come mai non avessi intrapreso il circo invece che studiare ‘le cose internazionali’. Ma ho subito capito che la scuola c’entrava solo marginalmente con tutto ciò. In altre parole, era abbastanza chiaro da tempo che io non sarei diventato circense, mentre Måns il vichingo probabilmente saltava come un grillo già dalla nascita. Credo insomma che il ragazzo Svedese ed io abbiamo fatto la nostra scelta indipendentemente e che la scuola ci ha aiutato a farla, ma non ha cambiato i nostri talenti. Semmai li ha protetti, plasmati e fatti sbocciare. Un po’ come la terra coi fiori.
Måns ed io abbiamo sicuramente qualcosa in comune. Credo che la scuola ci abbia trasmesso la curiosità di girare il mondo. Ci abbia insegnato la libertà. Ci abbia dato la consapevolezza che ogni intraprendenza ha il suo tempo e che le scelte nella vita vanno fatte con la testa ma anche col cuore, senza paure, che uno voglia diventar circense o banchiere.
Quando ero piccolo, non sapevo nulla di tutto ciò; pensavo di vivere un po’ fuori dal mondo ad Oriago, col grembiule ed il flauto di legno; mentre I miei amici, che non frequentavano la mia scuola, facevano di quelle partite di FIFA 98 stratosferiche. Io ero invidioso ma mi era stato detto che avrei cambiato idea. E così è andata. Ho cambiato idea e oggi sono grato ai miei genitori per avermi fatto svegliare la mattina alle sei per andare ad Oriago, per otto anni di seguito. E anche per avermi proibito (per un po’) la televisione ed i videogames.
Ho 24 anni, mi laureo a fine maggio e risposte non ne ho. Gli otto anni passati da pendolare tra Treviso ed Oriago mi sono rimasti dentro, in tutto e per tutto. Non dimenticherò mai i miei amici ed il mio maestro. Quando mi chiedono della scuola mi verrebbe da dire: “guarda me, mi vedi? Ero un po’ così anche prima. Per fortuna la scuola non ha fatto troppi danni”.

Francesco Cenedese
 

Il più grande dono


La mia esperienza alla scuola steineriana mi ha regalato il più grande dono che un bambino possa ricevere: la creatività. Questa è un elemento fondamentale per lo sviluppo culturale, permette di crescere con la consapevolezza che la scuola è soprattutto un percorso interiore e che non si deve basare solamente sull’apprendimento nozionistico. Sono grato ai miei insegnanti per avermi dato l’opportunità di lavorare il legno, dipingere, cantare, suonare, recitare in teatro e soprattutto per avermi fatto immergere nelle materie umanistiche, che prediligo, come fossero un meraviglioso romanzo di avventura e non un noioso libro di testo da sottolineare in previsione di una verifica scritta. Le lingue straniere, le scienze, la storia e tutte le materie tradizionali, riviste in chiave steineriana, cambiano completamente colore, fanno emozionare: ricordo la mia totale passione e devozione per la figura di San Francesco, che mi fu raccontata in seconda elementare e mi spinse a voler andare a tutti i costi ad Assisi. Consiglio a tutti i bambini e ai genitori questa esperienza perché cambierà la vostra visione del mondo.

Alessandro, studente di Relazioni Internazionali, Università Ca’ Foscari
 

A Carla, la mia maestra


Queste poche righe voglio dedicarle con amore alla mia maestra che per otto anni ha aiutato il mio sviluppo, culturale e umano, sostenendomi e guardandomi crescere come un angelo veglia sul suo diletto. Una presenza che ancora oggi,
all’età di 23 anni, rimane un punto di riferimento nella mia vita. Anzi, il nostro legame, alla luce della coscienza e della maturità, diventa sempre più forte e luminoso. Crescendo, mi è sempre più chiaro lo sforzo e l’amore con cui la schiera dei miei insegnanti ha piantato in me molti semini che lentamente crescono e fioriscono, colmandomi di gratitudine nei loro confronti. Momenti di gioia si sono alternati a momenti tristi e malinconici, tanti i pianti, perchè “l’epoca
di matematica noooooo!”, e tanti gli incanti, come durante i racconti di fiabe o di storie leggendarie… potrei parlare per ore…! Con molti dei miei compagni di classe si è creato un legame talmente forte, che ancora oggi ci troviamo almeno una volta l’anno per una pizza. Nei momenti importanti ci siamo sempre l’uno per l’altro e credo che un tale legame fraterno si protrarrà per il resto dei nostri giorni. Ogni classe però ha la sua storia, il suo unico e meraviglioso, talvolta turbolento, destino. Pensando al mio percorso e comprendendolo più profondamente alla luce dello studio biennale presso l’Accademia di Oriago per la formazione dei maestri steineriani, mi sento di dire che la scuola Waldorf non produce uomini più o meno intelligenti, più o meno preparati rispetto alle altre scuole, più o meno felici, ma crea uomini più Umani, educando al Bello, al Vero e al Buono, fornendo l’opportunità di essere autentici, coraggiosi e audaci nel seguire se stessi. Grazie al mio percorso scolastico, sono stata fortificata e forgiata per affrontare la vita con tutte le sue sfaccettature, crude e meravigliose. Mi rivolgo ora ai genitori: non abbiate timori nell’affrontare questa scuola, ma una grande fiducia e combattete le vostre paure con la conoscenza, attraverso le conferenze e gli scritti di Rudolf Steiner e un dialogo sempre costruttivo con i maestri. Queste scuole sono un dono prezioso, un luogo sacro senza religione dove si tende ad un sano sviluppo dell’essere umano e perciò della nostra civiltà.

Giorgia Rossato
 

La mia scuola Steineriana


Inizierò questo testo dicendo che io sono stata una bambina dislessica e vorrei premettere che i miei ricordi sono più suoi che della donna che sono oggi.
Ricordo di aver vissuto in un paradiso, mi ricordo l’erba e le casette del giardino dell’asilo, mi ricordo la mia classe in legno al primo piano dell’edificio principale della scuola di Oriago, mi ricordo la maestra Angela, e più di tutto ho nel cuore i sorrisi di tutti quelli che incontravo dalla porta d’entrata alla classe e viceversa. Una bambina serena e amata a casa che si è sentita serena e amata ogni giorno nel suo asilo.
Non penso di essere stata una bambina facile da gestire e solo la pazienza della maestra Carla mi ha potuto far accettare qualche regola in prima elementare: la mia curiosità era infinita e ogni volta che ne avevo la possibilità, volevo saperne di più degli affari dei grandi, ma non solo.
Quando mi è stato chiesto di scrivere, ho avuto dei momenti di difficoltà poiché leggere e scrivere sono due cose che mi riescono faticose, ma soprattutto perché non sono mai stata, o forse non mi sono mai sentita, specchio ed esempio della filosofia Steineriana nè a scuola nè poi nella mia vita, dato che lavoro e studio nel mondo della moda e dei prodotti di lusso, e vivo in una metropoli.
Credo sia importante raccontare come sia potuta diventare quello che ho sempre sognato, anche grazie all’esperienza di amore puro che ho vissuto con i mei compagni in quei tempi.
Ho avuto la fortuna di essere dislessica in una scuola dove le persone fanno la differenza e dove lo sviluppo di una personalità indipendente è il centro dell’educazione, un posto dove non mi sono mai sentita stupida, perché non sapevo leggere, solo un po’ diversa, e non è mai stato un male. I miei compagni, la mia maestra e anche io, un po’ alla volta, ce l’abbiamo fatta: ho imparato a scrivere, a leggere e persino l’analisi logica. Non mi sono mai sentita sola. Il regalo più grande che mi sia stato fatto: imparare ad accettarmi per quella che sono.
Non parlerò degli anni delle medie, perché come ogni ragazzino in adolescenza sono andata in rotta di collisione con il sistema, e il processo di riappacificazione è ancora lungo, ma voglio raccontare il marchio a fuoco che questa scuola mi ha lasciato dentro, un marchio di rispetto e di amore verso l’altro, il diverso, la natura e la vita. Mi ha insegnato ad ascoltare: sia i miei simili che il mio cuore e la mi fantasia, ma soprattutto mi ha insegnato che i bambini sono solo bambini e hanno bisogno di sognare, di camminare sull’erba e di essere liberi di giocare ed esprimersi, senza avere mai paura.

Marta Ginevra Schiavon (1994), Scuola di Oriago
 

A scuola


Mi è stato detto che il primo giorno della prima elementare, una volta suonata la campanella dell’uscita, avevo preso le ciabattine con me dicendo alla maestra che le avrei portate a casa, perché non ero sicuro che sarei tornato il giorno dopo. Ricordo ancora bene che io alla scuola steineriana di Oriago non avevo tanta voglia di andare: i miei amici dell’asilo erano tutti andati in un’altra scuola e poi mi facevano uno strano effetto le pitture con i pennelli, le avventurose storie di ognuna delle lettere dell’alfabeto, il “regno” nell’angolo della classe, i grembiulini colorati (il verde smeraldo era mio e ne andavo così fiero!) e quel forte odore che pervadeva la classe.
Ma, in fin dei conti, mi piacevano quelle storie fantastiche che mi spiegavano come sarebbe nato il sistema metrico e guardavo con occhi sognanti la falegnameria, immaginando come un giorno anche io sarei entrato in quel posto che tanto ammiravo. Anche le canzoni d’inglese cantate con l’accompagnamento della chitarra mi piacevano. E poi c’erano i quaderni con le copertine da colorare (che soddisfazione quando erano spariti i fogli di carta velina!) e le cerette, rimpiazzate in seguito dai matitoni. E la nemica numero Uno, quella contro cui la maestra Carla all’inizio della terza elementare ci aveva messo ben in guardia: la Pigra Pigrizia! Poi c’era il lavoro manuale che, allora come oggi, non sono mai riuscito a farmelo amico. Ma la cosa che di gran lunga preferivo erano le lunghe pause durante le quali potevo giocare coi miei compagni, a volte talmente lunghe che pensavo che la maestra avesse dimenticato di chiamarci dalla pausa: tanto meglio, avrei potuto “rubare” quel tempo per giocare di più.
Man mano che crescevo diminuiva, durante le lezioni, il tempo per le mie fantasticherie, per contro, cresceva la mia voglia di dimostrare le mie capacità. I primi compiti per casa li vivevo come una vera prova di responsabilità e anche se non ho memoria delle prime verifiche, ricordo ancora l’orgoglio provato quando la maestra, qualche giorno dopo il tema d’italiano scritto in classe, aveva letto il mio davanti a tutta la classe.
Senza parlare poi delle Olimpiadi e delle suggestioni che mi avevano fatto vivere, il trasferimento nel prefabbricato (il mondo dei Grandi) iniziava a farmi sentire importante! Ormai le lezioni erano lezioni a tutti gli effetti e c’era del vero lavoro da compiere a casa ma gli amici restavano quelli di sempre, con i quali avevo condiviso i primi 5 anni; una vera famiglia con la quale si andava alla scoperta del mondo. Esperienze di cameratismo e goliardia, ma anche le prime palpitazioni e i primi cuori infranti, sono esperienze legate a quegli anni e in particolar modo alle gite. Il nostro piccolo angolo di mondo decorato di ricordi e riparato dall’esterno è finito dopo un colloquio di inizio estate (che ammetto averlo immaginato più difficile), al termine del quale la preside mi disse bonariamente una cosa del tipo “d’ora in poi gli esami non finiranno mai”. Con un misto di tensione adrenalinica e nostalgia precoce mi apprestavo a essere traghettato verso una nuova tappa della mia vita.
Eppure ricordo ancora: “Ho nel fiume sotto casa/ una cosa assai preziosa:/ mamma papera che vive/ coi piccini in queste rive” sono i primi versi della pagella del primo anno da imparare a memoria per l’estate del 2001.

Guido Alberto Casanova (1994), scuola di Oriago